Diari di un Signore Oscuro – Volume IV

Nell’arrivare a casa, stabilii un nuovo record personale. Con l’ansia di sperimentare tutto ciò che avrei potuto apprendere da quella magnifica sorgente di torbida conoscenza, avevo praticamente le ali ai piedi, alle mani, e anche da qualche altra parte. Se per arrivare avevo impiegato 3 giorni di noiosa cavalcata, per tornare bruciai tutta la strada in meno di sette ore. Questo potrebbe avere a che fare col fatto che usai Gluck come combustibile per un simpatico motore a combustione eterna assemblato con componenti di fortuna. Non preoccupatevi, comunque, non è per nulla pericoloso: mi carbonizzai leggermente la tibia, niente di grave. A Gluck invece piacque immensamente, soprattutto quando gli diedi fuoco. Alla fine, non stava più nella pelle dall’eccitazione. Letteralmente. Sapete, il fuoco ha alcuni effetti nocivi sulla pelle umana… Ma in fin dei conti, Gluck è una mia creazione e non c’è nulla che un fine tocco di buona magia non possa rimettere in sesto.

Una volta tornato nel mio tetro ed accogliente tumulo mi fiondai nella comoda bara al piano di sotto, con un cocktail di vermicelli e fiele. Così mi immersi in una lettura pazza e sfrenata che durò per svariati giorni. Il mio mondo iniziava e finiva con le polverose pagine del libro, e la mia mente vagava in continuazione immaginando gli enormi eserciti di non-morti che avrei creato, le città che avrei distrutto, le nazioni che avrei conquistato. La brama di potere mi stava assalendo come un opossum in preda al delirium tremens. Divoravo pagine e pagine in pochi istanti, sfrecciando attraverso le parole e… Come? Ovvio che posso leggere! Anche se non ho occhi per vedere o un cervello per comprendere e memorizzare. Ci sono altri modi per interagire col mondo, sapete? Certo che non lo sapete. Non siete Lich. Non potete saperlo. Fate schifo.

Al termine di quella monumentale sessione di studio ero più che mai risoluto nel portare a termine il mio obiettivo. La prima cosa di cui avrei avuto bisogno sarebbe stato un esercito di non-morti. Senza una forza militare adatta non ero un pericolo sufficiente, non avevo abbastanza potere contrattuale e in ultima analisi non avrei potuto minacciare più di una ridotta cittadina. Non credevo sinceramente che le mie limitazioni fossero quelle a dire il vero. Anche allora le mie facoltà magiche erano di gran lunga superiori alla norma, sviluppate grazie allo studio assiduo e ad un attento controllo della mia dieta priva di grassi saturi. Tuttavia ero conscio che avere un esercito di servitori al mio servizio rendeva tutto molto più… come dire… spumeggiante. Per questo motivo, mi recai al più vicino cimitero nella speranza di poter reclutare qualche soggetto interessante per rimpolpare i miei ranghi. Dico “rimpolpare” perché tecnicamente Gluck faceva già parte dei miei ranghi e data la sua mole notevole, valeva anche per due o forse tre unità.

Arrivai sul posto appena prima del sorgere del sole, in una mattina gelida e limpida. L’aria era immobile tutt’intorno, così come i molteplici residenti pochi piedi sotto di me. Quell’innaturale assenza di movimento, senza alcun alito di vento che soffiasse, rendeva lo scenario ancora più adatto alla mia mirabolante entrata in scena. Mi appostai al centro del camposanto, concentrandomi intensamente; braccia tese, aperte, piedi ben saldi al suolo. Ero sull’orlo di iniziare il mio complicato rituale quando uno zotico dall’aria saccente mi si avvicinò senza nemmeno degnarsi di un inchino.
– “Ehi TU! Nun si puà fare iste cose qui, lo sai??” il villicò mi gridò senza pudore.
– “Essere insignificante! Come osi interrompere il tuo prossimo signore e padrone nell’atto di apprestarsi all’assunzione di diversi individui di dubbia qualifica!?”
Quello rimase un attimo interdetto, lambiccandosi intensamente sul significato di “apprestarsi”. Dopo alcuni istanti di sudori freddi, il suo cervello decise di desistere e ritornò ad importunarmi.
– “Nun m’importasse mezzo fico! Ci sun leggi chiare su iste cose. Niente riessur… risurma… reiessa… umh…”
Il villico parve un attimo indeciso su come proseguire, così dall’immensa altezza della mia magnanimità, gli concessi di scoprire la parole che stava così agognatamente cercando. Sarebbe comunque morto da lì a poco, tanto valeva farlo contento per qualche minuto.
– “Riesumazione? Rianimazione? Resurrezione?” chiesi io.
– “Preciso! Una di qualle paruline lì. Lo so che vuol dire, eh! Vuol dire cha nisuno di sti corpacci diva venir fuori da dove sta. Tutti stanno lì indu sono. Capisce??”
– “E mi dica, buon uomo… Di grazia, con quale potere intende impedirmi di completare il mio rituale? Non mi sembra molto ferrato sull’argomento, senza offesa.”
– “Miu cavallo è ferrato! Bah! Chisti ricconi chi nun sannu parlari cumu si debbe. Bene, ista scrittu chi! Legghi!”
Dicendo questo mi porse un pezzo di pergamena sudicio a tal punto che persino io ebbe un attimo di ripensamento prima di accettarlo. Lessi attentamente, ma non senza difficoltà: quella scrittura minuta e arzigogolata non rendeva affatto semplice il compito di comprendere cosa ci fosse scritto. Alla fine riuscì a dedurre che si trattasse di un vecchio proclama, emesso dall’ex-sovrintendente dell’oltretomba. Probabilmente quel sempliciotto era il becchino del villaggio e aveva ricevuto quel documento dal becchino precedente, così come quest’ultimo l’aveva ricevuto da quello prima di lui, e così via. Lo stato pietoso in cui si trovava la pergamen lasciava intendere che fosse vecchia di almeno quattrocento anni. Infatti fu intorno a quel periodo che il nuovo sovrintendente salì al potere. Ciò significava due cose: primo, abusare della pratica della rianimazione non-morta si scontrava ferocemente con la legge in vigore all’epoca; e secondo, le leggi dell’oltretomba erano supportate da uno strato fitto fitto di incantesimi strettamente intrecciati gli uni agli altri. Se avessi anche solo tentato di agire contro il proclama sarei stato ridotto in cenere in meno di cinque secondi. Per certi versi, infatti, l’unico lato negativo dell’essere un Lich consiste nel fatto che esistono altri Lich, anch’essi dotati di un potere magico di portata simile. Io non mi consideravo secondo a nessuno, ben inteso, ma scontrarsi contro un’altra creatura è una cosa; buttarsi a capofitto contro tutti i migliori stregoni dell’oltretomba, beh… è tutto un altro discorso. Ciononostante, non sarebbe bastato questo a fermarmi.

– “Buon uomo, vorrei porre alla sua cortese attenzione che secondo codesto proclama, sono autorizzato ad evocare un numero fissato di corpi in accordo col becchino della zona assegnata. Leggasi ‘Non da ultimo, ciascheduna creatura non-morta dotata di abilità sufficiente a praticare un rituale di rianimazione è autorizzata a reclutare non più di n. 10 individui, o una minore quantità da decidersi separatamente coll’appropriato sovrintendente del distretto’.”
– “Ohi, mustarin! Nun venir qui a pruvare a prendermi pur le budella, eh! La gente capisc che niuno vuol dir niuno e nun setti!”
Sentendosi imbrogliato, il villico prese a gesticolare in modo insicuro e con un cipiglio crescente. Non era molto convinto della questione e probabilmente non lo era nemmeno dei sui pantaloni, visto che li indossava visibilmente al contrario. Il fatto che questo non lo turbasse era vagamente raccapricciante.
– “Mio buon becchino, significa che possiamo metterci d’accordo su un numero di persone da rianimare, a patto che siano meno di dieci. Facciamo nove, cosa ne dice?”
– “Ecchi… nove? Simbra tantu eh… quantu sarebbi in dita?”
Ovviamente l’idiota non sapeva contare, quindi gli mostrai quanto erano nove dita. Nove schelettriche dita. Mi apparve strano che vedendo le mie ossa biancastre e nude non si impressionò più di tanto. Probabilmente era abituato a vedere creature del genere, oppure aveva semplicemente raggiunto un livello di stupidità tale da non rendersi conto di dover aver paura. Sapete come si dice, “l’ignoranza è beata”, e in questo caso si notava lontano un miglio che stavo parlando con l’uomo più lieto della terra.
– “Nu! Nu! Nu! Troppi sun! Ecchi, faccimo cusì” mi mostrò due dita.
Io gliene mostrai cinque, e riuscii a farlo salire a tre, ma quella fu la sua ultima offerta, così accettai di buon grado. Non sapeva che ero trattenuto da leggi sovrannaturali oltre la sua compresione, perciò parve vagamente soddisfatto una volta che la trattativa fu conclusa.
Per suggellare il nostro accordo, gli strinsi la mano. Dopodiché lo atomizzai.

Avvalendomi dell’accordo appena suggellato, mi apprestai a ricominciare il mio rituale, sebbene con un numero minore di beneficiari. Piantai a terra il mio Runnk, avendo cura che fosse saldamente interrato, così da non farlo muovere eccessivamente durante la cerimonia. Il trattato illustrava precisamente i passi da compiere per portare a termine la rianimazione: per prima cosa, bisognava tracciare sul terreno una circonferenza esatta del diametro di 12.8 yarde; dopodiché era necessario inscrivervi un ennagono irregolare i cui lati sarebbero dovuti essere, partendo da ovest e procedendo in senso antiorario, ciascuno più lungo del precedente del 18.5%; una volta terminato, il poligono andava cosparso di violette e denti di leone secchi a intervalli regolari; infine, bisognava porre al centro esatto della circonferenza una briciola di panettone ammuffito di almeno 7 anni. Mi ero interrogato più volte sulla liceità di quelle indicazioni, ma data l’enorme stima che nutrivo verso l’autore del trattato, accantonai rapidamente i miei dubbi e procedetti con gli incantesimi. Iniziai ad incanalare le mie energie verso la terra, in profondità, fino a ghermire i corpi morti dei miei prossimi servitori con l’estrema sensibilità della magia Lich. Fissai nella mia mente l’immagine vivida dei loro volti, scrutai nel loro passato, vissi le loro vite, riavvolsi il nastro e tornai indietro su quelle scene di sesso assolutament… emh… insomma, feci in modo di scegliere bene chi rianimare come mio subordinato.

Al termine di quel considerevole sforzo di concentrazione, fui premiato dalla vista di terriccio in movimento che veniva lentamente scostato dalla potenza muscolare di quei nuovi fiammanti non-morti. Sarebbero stati al mio servizio. Per l’eternità.

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Diari di un Signore Oscuro – Volume III

Una volta sbucati fuori dal portale, ci trovammo in una disetsa brulla e desolata di terra grigiastra. Guardando in alto non si scorgeva alcun accenno di cielo, solamente la vasta, sconfinata, deliziosa oscurità dell’oltretomba. Ancora non riesco bene a capacitarmi del fatto che pur in una totale assenza di luce si riuscisse a scorgere senza alcuna difficoltà almeno a cinquanta leghe di distanza. Presumo che si trattasse di un qualche tipo di magia, anche se non sono molto entusiasta del fatto che qualche Lich si sia dato da fare per creare una sorta di luce artificiale. Anzi, questo fatto mi rende abbastanza inquieto. Noi creature dell’oltretomba, sapete… non amiamo particolarmente la luce, o qualsiasi cosa che luccichi o splenda.

Indipendentemente dalla presenza o meno di illuminazioni moleste, sapevo esattamente dove dirigermi. La mia sicurezza derivava in parte dall’assoluta infallibilità dei miei sensi di ragn… di Lich, in parte dal fatto che portavo sempre con me un Usttrang, ossia una bussola d’ossa forgiata ad arte in modo che puntasse sempre verso l’Arcaneum. Non tutti i Lich possiedono un oggettino del genere, dato che costa più di diecimila punti sulla tessera fedeltà della biblioteca centrale, un vero salasso. Seguendo le indicazioni precise e sollecite dell’Usttrang avrei raggiunto la destinazione in appena tre giorni di cavalcata. Dovete sapere infatti che molti dei gestori dell’Arcaneum sono alquanto paranoici e si sono zelantemente prodigati per ergere una serie di barriere antimagia tutt’intorno al perimetro della struttura, comprendo una considerevole distanza. Era quasi impossibile usare anche la più insignificante forma di magia nel raggio di cento miglia. Quasi. Avrei potuto, effettivamente, utilizzando la mia sconfinata conoscenza in materia di arti arcane non senza un considerevole sforzo e una dovuta preparazione, penetrare fino al cuore dell’Arcaneum, ma mi riservavo di giocare questa carta solamente come risorsa estrema in situazioni di vitale importanza. O non-vitale in questo caso. Dopotutto, una volta fatta breccia nelle loro difese, gli addetti alla sicurezza si sarebbe sicuramente accorti delle fallacità presenti nella loro sigillomanzia e vi avrebbero posto rimedio. Cosa ancora più deleteria per la mia carriera, avrei perso tutti i punti accumulati sulla mia tessera fedeltà.

Senza indugiare, evocai un destriero spettrale per me e uno scoiattolo zombie gigante per Gluck, la sua cavalcatura preferita. Ci mettemmo subito in marcia a folle velocità, solcando la cinerea terrabruciata come se fosse un mare.

Il viaggio necessario a coprire la considerevole distanza verso l’Arcaneum era il più delle volte un’autentica noia. Il paesaggio era sempre uguale a se stesso, sempre deserto, sempre arido, sempre grigio. Non mi dispiaceva la scelta di colori del panorama, ma un po’ di cambiamento fa bene ogni tanto. L’evento più eclatante della traversata fu un secco abete striminzito che si sfaldava ai lati della strada. Questo rese la traversata enormemente più interessante del solito.

Impiegammo tre giorni e mezzo per giungere a destinazione… a causa di un piccolo imprevisto di viaggio. Gluck perse la testa, letteralmente. Dovetti andare a cercarla dopo essermene accorto solo un’ora più tardi per potergliela riattaccare. Il tutto ci fece perdere circa dieci ore, ma se non altro fu un piacevole diversivo. Arrivati al cospetto dell’Arcaneum ricordai subito che le mie memorie riguardo alla struttura erano davvero troppo eufemistiche. Rammentavo che si trattasse di un colossale edificio, dalla pianta inimmaginabilmente complicata e dalle guglie tanto slanciate quanto improbabili. Tuttavia la sola memoria non rendeva giustizia allo spettacolo a cui mi trovai di fronte. Oltre settecento yarde di cupi torrioni arrotati su sé stessi come serpi adirate, androni di smisurata magnificenza, balaustre circonvolute archeggiantisi come ponti d’avorio su mari di oscurità liquida, scale interminabili e sinistre, sterminate distese di marmo, basalto e madreperla. Se c’era qualcosa che valeva tre giorni di cavalcata violenta era sicuramente la vista mozzafiato della struttura, che a mio parere costituisce senza ombra di dubbio il culmine massimo dell’architettura dell’oltretomba degli ultimi centosettantamila anni. Detto francamente, tutto il sapere contenuto nella biblioteca dell’Arcaneum, pur abbracciando la quasi totalità dello scibile di questo mondo, non sarebbe valso metà di quello spettacolo architettonico. Pensai che se una volta conquistato il mondo avessi costruito una fortezza oscura degna almeno la metà dell’Arcaneum mi sarei ritenuto soddisfatto e pronto a morire in pace. Metaforicamente.

Distolsi lo sguardo dalla massiccia architettura per avviarmi alla lobby della biblioteca centrale. Non incontrai nessuno, ma non me ne sorpresi affatto. Per giungere all’Arcaneum occorreva intraprendere un viaggio decisamente scomodo e altrettanto noioso, perciò la maggior parte dei non-morti preferiva di gran lunga cercare di arrangiarsi per trovare la conoscenza di cui aveva bisogno sulla Terra o negli Inferi. Io stesso ero solito compilare una lista dei tomi che mi servivano e fare incetta in un singolo viaggio di almeno un centinaio di libri contemporaneamente. In questo modo, limitavo al minimo le mie visite pur garantendomi una vasta gamma di letture.

La lobby era fiocamente illuminata da pochi fuochi fatui di colore bluastro, ben piazzati in angoli strategici. Al centro della stanza, alta e allungata, troneggiava una imponente scrivania di marmo. Dietro di essa, il vecchio Abenthy era impegnato a scribacchiare qualcosa di sicuramente importante su vari fogli di pergamena stropicciati. Abenthy gestiva la biblioteca da che ne ho memoria: un golem d’ossa alto dodici piedi, massiccio e solido quanto la struttura stessa dell’edificio. Ogni sua parte era un accrocchio malforme di ossa provenienti da almeno una cinquantina di creature diverse, forzate ad aderire in modo compatto dalla magia. Nonostante emettesse sonori scricchiolii ad ogni movimento, la mera dimensione delle sue “membra” era sufficiente a rinsaldare la sicurezza di chicchessia nella sua incrollabile solidità statuaria. Il suo cranio era appartenuto probabilmente ad un demone, poiché vantava tratti sicuri e squadrati, assieme ad un gigantesco paio di corna taurine. Al cospetto di tutta quella sua poderosa possanza, la scrivania, seppur mastodontica, sembrava un seggiolino per bambini. Ad accentuare il contrasto contribuivano anche i minuscoli occhialetti trasparenti che portava sull’incavatura del naso, nonostante non avesse occhi per adoperarli. Nessuno aveva mai osato fargli notare la scarsa utilità di quei graziosi pezzi di vetro. E poi, c’era… la sua voce…

– “Oh! Sua orrenda flatulenzosità, maestro Naal’zuk! Che piacere rivederla dopo così tanto tempo!”
Esclamò Abenthy con una stridula vocina da soprano. Per poco non esplosi in una sfacciata e sonora risata: ci volle tutto il mio autocontrollo per trattenermi. Lo stesso non si può dire di Gluck, che schiattò a terra mugolando penosamente mentre si roteava malamente sul pavimento. Quello era il suo modo di ridere.
– “Anche per me è un piacere Abenthy. Vedo che hai cambiato occhiali, questi ti rendono recisamente più giustizia.”
– “Grazie signore! Sono in pochi quelli che se ne accorgono. Lei ha un occhio attento come sempre.”
Data la sua scarsa pazienza e potenzialmente dannosa irritabilità, bisognava farselo amico presto. Da migliaia di anni mi recavo all’Arcaneum e ogni volta mi assicuravo di compiacerlo in qualche modo. Senza magia, era difficile piegare le menti al proprio volere.
– “Che cosa posso fare per lei oggi? Non è uscita alcuna nuova edizione di ‘Tritticus Humanitas: studio approfondito sulle abitudini sessuali delle giovani umane’ questo secolo.”
Una furia che si trovava nei paraggi iniziò a guardarmi con eccessiva curiosità.
– “Emh… No, non sono qui per quello…”
– “Forse le interessa ‘Calore nelle mie ossa’, di Arthur Muqq’r? Ha fatto un successone di recente tra arpie e hag.”
A questo punto Gluck girava come una trottola sbavando a profusione sul pavimento e un piccolo gruppo di hag si stava radunando alle mie spalle con aria esageratemente amichevole.
– “No, Abenthy, grazie, sono qui per questioni burocratiche oggi. Ho bisogno di una fonte di ispirazione sulla conquista: tecniche di guerra e simili. I demoni mi stanno col fiato sul collo perché hanno carenza di anime. Non riescono a far funzionare l’idromassaggio e la TV via cavo allo stesso tempo.”
Tirai una lieve frecciatina alle legioni infernali, avendo scorto dietro ad una porta la caratteristica coda di un demone. Mi assicurai di parlare con voce stentorea per far sì che si potesse udire bene l’ultima parte della frase. Ero sicuro di essere stato recepito forte e chiaro quando la coda biforcuta che avevo intravisto poco prima si irrigidì e schioccò sonoramente sul pavimento. Non c’è nulla di più soddisfacente nel vedere un demone corrucciarsi sotto la mia ironia pungente.
– “Oh, capisco! Sua terrificante putrefaziosissimità non ha certo bisogno di letture leggere questa volta. Mi metto subito alla ricerca di qualche informazione sugli argomenti da lei richiesti. Ci vorrà solo qualche momento.”

Mentre Abenthy parlava, uno spettro che fluttuava da qualche minuto nei pressi della scrivania esibì un notevole cipiglio, come a far intendere che non sembrava capire perché il bibliotecario servisse prima me di lui. Ebbe quindi la malaugurata idea di aprir bocca per far valere le proprie rimostranze. Non fece in tempo a terminare una singola frase che Abenthy lo atomizzò figurativamente con uno sguardo talmente truce che io stesso non avrei saputo esibire nemmeno nei miei sogni più sfrenati. In quel momento una parte di me stava iniziando a venerare il golem d’ossa come una specie di possente titano. Semmai ci fosse stato un modo di usare efficaciemente la magia dentro l’Arcaneum avrei sicuramente fatto ogni cosa in mio potere per indurre Abenthy ad unirsi al mio esercito di non-morti. Infatti, nonostante tutto il rispetto che nutriva per me, non avrebbe mai potuto allontanarsi volontariamente dall’Arcaneum, poiché i suoi creatori lo avevano magicamente sigillato lì dentro. Non appena avesse varcato la soglia esterna della struttura si sarebbe sfaldato in un enorme mucchio di ossa bruciacchiate.
– “Ah! Ecco qui! Probabilmente la lettura più autorevole che conserviamo nei nostri archivi. ‘Un mondo tutto per me: trattato sulle tecniche di conquista del dominio umano’. Si tratta di un tomo estremamente antico. Di norma non lasciamo che il pubblico vi acceda senza un’espressa autorizzazione, ma… per sua indigitosa olezzosità sono disposto a fare un’eccezione. Sully!! Vieni qui!”
In pochi istanti una creaturina si fece strada da una botola seminascosta. Aveva orecchie ed occhi enormi rispetto al resto del corpo, un pezzo di catena aggrovigliato attorno al piede sinistro e pochi sbrindellati stracci verdastri a corprire il suo corpicino. Sebbene avessi già visto Sully altre volte, non ero mai riuscito a capire esattamente cosa fosse. Il personale della biblioteca si riferiva a lui e ai suoi simili semplicemente come “i servetti”.
– “Sully, accompagna maestro Naal’zuk alla sezione Z-76 e vedi di non annoiarlo troppo coi tuoi sproloqui. C’è qualcos’altro che posso fare per lei prima che si avvii agli archivi?”
– “No, Abenthy grazie. Ecco qui un piccolo presente per il tuo disturbo.”
Feci scivolare l’Esk di uno scoiattolo mannaro sulla scrivania e vidi le vuote orbite del golem lucciare per un momento. Sapevo che anche lui collezionava Esk e gli scoiattoli mannari sono incredibilmente difficili da scovare. A stento riuscii a interrompere la sua prorompente serie di inchini e riverenze.

Mi spostai a lato della scrivania del golem mentre questi ammirava ancora con stupefatta venerazione l’Esk che gli avevo così magnanimamente regalato. Gli altri non-morti si stavano intanto accalcando davanti alla postazione di Abenthy in attesa del loro turno, e dalla vana speranza di riuscire a ottenere uno straccio di libro prima dell’ora di pranzo. Nel mentre, iniziai a farmi condurre da Sully in quella complicata serie imperscrutabile di corridoi, scale, porte, passaggi segreti, paguri e marmellate scadute. Se i progettisti avevano eccelso nella magnificenza delle architetture, non si poteva negare che avessero grandemente colmato la lacuna con una terrificante planimetria. Non era poi così raro infatti che qualcuno si perdesse in quel labirinto marmoreo. In passato ci sono stati diversi casi confermati di non-morti che sono letteralmente spariti dall’oggi al domani cercando di trovare la via verso la più vicina copia di “Come eliminare le termiti velocemente”. Si vocifera che alcune creature vivano nascondendosi nel folle dedalo dell’Arcaneum, cibandosi di quegli incauti individui che osano avventurarsi senza guida. Ovviamente sono tutte sciocchezze, dato che i non-morti costituiscono un pasto assai poco nutriente e la biblioteca è relativamente poco frequentata. Anche nei giorni di maggior affluenza, sono i servetti che si occupano di andare a procurare i tomi richiesti, non i clienti. Il mio era un caso speciale, un trattamente di favore per così dire.

Sguii Sully per svariati minuti. Ero certo che sapesse esattamente dove dirigersi; ciononostante la fama inveterata dell’Arcaneum e il pessimo senso dell’orientamento dei progettisti mi lasciavno leggermente perplesso. Ad ogni scala o salone, sentivo come la schiacciante certezza che avrei speso i miei prossimi trecento anni tentando di uscirne fuori. Questo pensiero era al contempo scoraggiante e confortante, poiché i demoni non sarebbero riusciti a trovarmi per un bel po’ di tempo e di conseguenza non avrebbero potuto detronizzarmi così facilmente. Per un breve momento si fece strada nella mia mente la possibilità di provocare proprio quel tipo di scenario, in modo da guadagnare tempo per escogitare un piano più attento e dettagliato. Tuttavia, conquistare il mondo aveva un suo fascino tutto particolare e un Lich come me non poteva di certo abbassare lo sguardo, facendo finta di niente. Io ero destinato a compiere imprese leggendarie che avrebbero scolpito il mio nome nella pietra per i secoli avvenire. Come dite? Sono troppo vecchio?? Stolti! Ho passato i precedenti ottomila anni in attesa di una scusa per tentare di conquistare il mondo! Non ho certo buttato al vento tutto quel tempo per collezionare inutili pezzi di pergamena! O forse sì… Comunque non è di questo che stiamo discutendo ora; lasciatemi proseguire nella narrazione e vi farò il favore di non trasformarvi in procioni.

Arrivati a destinazione mi accorsi che Sully aveva continuato a blaterare per tutto il tempo.
– “… e i chiostri dell’oltretomba non profumano più come una volta. Ciambelle? Mica chiedo tanto! Una spruzzatina di mela verde e via! Lasciarci senza vizi è una cosa molto brutta. I miei amici concorderanno con me. Loro sono sempre d’accordo. Sanno che la mela verde sulle ciambelle ci vuole. Non è che si può fare senza. Cioè, l’altro giorno stavo discutendo dell’influenza aviaria con Mike. Mi ha detto che i polli sanno di mela verde. Ci credi? Ma io, no! Non è vero, perché…”
Senza degnarmi di ascoltare il resto, mi avvicinai all’immensa scaffalatura della stanza, notando che l’intera parete era ricoperta di libri, pergamene e tavolette. Trattandosi di un salone alto trenta piedi, calcolai che ci fossero più tomi in quella singola stanza di quanti ne abbia mai ospitati nella mia biblioteca personale nella mia intera esistenza. In quel momento desiderai tantissimo di possedere un naso, così da poterlo storcere in segno di disapprovazione. Nonostante la monumentale parata di copertine, trovai quasi subito ciò che faceva al caso mio, poiché si trovava proprio dall’altezza delle mie orbite. Presi il libro con cura e lo aprii, dando una veloce occhiata alle prime pagine. Esattamente ciò che cercavo! Ora non bisognava fare altro che mettere pazientemente in pratica tutti quei buoni insegnamenti…

Diari di un Signore Oscuro – Volume II

Alla sommità della ripida rampa di scale dell’ingresso torreggiava una minuta figura vestita di tutto punto. Aveva la pelle rossastra caratteristica dei demoni, ma non era assolutamente terrificante o mostruoso come potreste pensare. Il suo viso era oblungo e appuntito, con un naso acquilino su cui poggiavano spessi occhialetti di vetro biancastri sospesi in un equilibrio decisamente instabile. Dietro di essi, un paio di occhi totalmente neri; neri come i corti capelli tagliati di recente e le timide corna che si ergevano ai lati della fronte. Vestiva un completo elegante di un improbabile arancione fiammante, contrappuntato da sottili e finissime righe scure, con mocassini lucidi.
– “Ho il piacere di parlare con il Lich di nome Naal’zuk, assegnato al distretto B21-Z8?” disse il demone, con voce petulante ma rispettosa.
– “Blaster! Al diavolo le tue formalità! Ovvio che sono io, ci siamo incontrati appena duecentocinquant’anni fa!”
Io esplosi in un’esclamazione leggermente stizzita dato che conoscevo il mio ospite approfonditamente e anche lui poteva dire lo stesso di me. Ciononostante, ogni fottutissima volta che si recava da me in veste ufficiale faceva sempre la stessa stramaledettissima domanda. Qualche volta gli avresi risposto semplicemente di no, fingendomi trasferito o in vacanza.
– “Duecentoventisette per la precisione. Volevo essere sicuro, voi Lich siete tutti terribilmente simili. Difficile distinguervi. Comunque, ti trovo sudicio e decrepito come al solito.”
– “Grazie, faccio del mio peggio. Devo dire però che quest’inverno mi rende gli affari un po’ difficili… Prego, entra pure nella umile cripta, o ti si gelerà la coda.”
– “In effetti stiamo avendo problemi di riscaldamento giù negli Inferi. Il fatto ci sta facendo decisamente una pessima pubblicità, per non parlare di come ci stiamo coprendo di ridicolo di fronte agli altri regni sovrannaturali.”
Blaster appariva leggermente in imbarazzo, e non lo biasimo per niente. Si suppone che il fuoco eterno dell’Inferno sia… beh, eterno. Se bastasse un inverno un po’ più freddo per spegnerlo sarebbe una vergogna.
– “Quindi, è questo che ti porta in visita da me? Vi servono anime supplementari per il riscaldamento? Potrei richiedervi una tassa addizionale vagamente pesante, sapete.”
Volevo punzecchiare un po’ Blaster e vedere la sua reazione. Capita tanto di rado di poter far innervosire un demone ed è uno spettacolo a dir poco esilarante.
– “In parte. Tuttavia sai bene che Azrael è molto poco incline a pagare anche solo un penny in più per i servigi di un Lich.”
– “Lo so. Si potrebbe dire che il vostro beneamato generale Azrael sarà disposto a pagare un Lich non prima che l’Inferno si congeli. E mi sembra proprio questo il caso.”
Blaster rimase leggermente interdetto da questa ultima freddura, non essendo abituato al mio humor sfrenato. Posso solo essere solidale con quel povero demonio: è risaputo che gli abitanti degli Inferi non abbiano un gran senso dell’umorismo.
– “Ad ogni modo, si sta facendo tardi e ho altre commissioni da sbrigare sulla Terra prima che si faccia buio, quindi arriverò subito al punto. Con mio grande rammarico, sono tenuto a comunicarti che Azrael è assai poco soddisfatto del numero di anime che sta ricevendo da questo distretto. Troppo poche, ricevute in modo discontinuo. Nessuno discute sulla loro qualità, ovviamente. Sappiamo bene che quando si tratta di uccidere qualcuno, Naal’zuk non è secondo a nessun’altro Lich in quanto a spettacolarità. Le anime che ci fornisci hanno sempre un potenziale energetico di gran lunga superiore alla media, tuttavia… ci arrivano in numero esiguo, troppo esiguo per i nostri bisogni, specialmente in questo periodo. E’ per questo che Azrael ti sta dando un ultimatum. Dovrai consegnare almeno centosessantamilaquattrocentoventotto anime entro i prossimi sei mesi per risanare il tuo debito. In caso contrario, verrai rimosso dalla tua attuale carica e rimpiazzato con qualcuno di più adatto. Oh, e verrai confinato nel Vuoto fino a data da destinarsi.”
Il viso di Blaster rimase indecifrabile, una vera maschera di deferenza, nonostante l’infausta notizia che mi stava così zelantemente consegnando. Sapevo che questo momento prima o poi sarebbe arrivato. Ero conscio del fatto che la mia maestria non era sufficiente a soddisfare quei balordi demoni e le loro comodità. Non è che usassero le anime per scopi così oltremondani, dopotutto: a parte mantenere caldo il fuoco eterno dovevano anche far funzionare vari strumenti di tortura automatizzati (la nuova avanguardia del tormento, li chiamavano loro), raccolta dei rifiuti, e soprattutto la TV via cavo. Dannati viziosi. Non ci potevo fare nulla, ad ogni modo. La realtà dei fatti era quella e l’Equilibrio doveva essere mantenuto. Così volevano le “forze ancestrali”. Dannate pure loro.

Mi consentii una lunga pausa, fingendo di pensare intensamente.
– “Capisco… Beh, Blaster, grazie della tua sollecitudine nell’avvertirmi. Sono sicuro che se fosse dipeso da Azrael mi avrebbe fatto recapitare un messaggio formale sottoforma di imp una settimana prima della scadenza.”
Il generale delle legioni infernali non andava pazzo per i Lich, ossia per dirla con educato eufemismo nutriva un odio sconfinato e viscerale verso ogni non-morto dotato di immortalità e potenziale magico illimitato. In toni meno eufemistici, si sarebbe volentieri strappato le corna a mani nude e le avrebbe usate per infilzarsi il cuore dopo esserselo scorticato via dal petto piuttosto che condividere una stanza d’albergo con me. Non che io avessi voluto condividerne una con lui: preferisco le giovani umane, anche se loro non mi trovano altrettanto affascinante.
– “Dovere, Naal. Il protocollo stabilisce che debba essere fornita una notifica almeno sei mesi prima che si possa procedere alla sentenza.” Rispose Blaster in modo neutrale.
– “Anch’io ti voglio bene, Blaster.” Sibiliai sarcastico, ottenendo solo un’alzata di ciglia da parte sua.
– “Ora, se vuoi scusarmi, ho molte altre faccende da sbrigare. Non mi offenderei se fossi così gentile da crearmi un portale per la città di Remel. E’ difficile usare la magia demoniaca con questo freddo.”
– “Con piacere, mio cornutissimo amico.” Blaster fece schioccare la coda sul pavimento, visibilmente infastidito dall’epiteto che gli avevo affibbiato. Vittoria!
Alzai il mio Runnk verso un muro e la Pietra del Potere incastonata sulla sommità brillò mentre la massiccia parete di marmo diventava sempre più sfocata fino ad assumere la consistenza di una leggera nebbiolina bluastra.
– “Ahh, così questa è una famosa Pietra del Potere di cui fanno uso i Lich. Mi ero sempre chiesto che aspetto avesse.” disse Blaster avviandosi lentamente verso il portale.
– “E’ un semplice sasso in realtà. La chiamiamo Pietra del Potere perché la fa sembrare più solenne. Spesso attrae molti maghi, stregoni e incantatori in cerca di una qualche fonte di energia oscura. Rimangono tutti un po’ delusi quando lo scoprono.”
– “Oh… suppongo di sì.” fece Blaster, mostrando una lieve ruga di disappunto sul viso.
Detto questo, si inchinò leggermente in segno di saluto e passò dall’altra parte del portale con passo deciso, disinvolto. Una volta che fu inghiottito totalmente dalla nebbiolina, la parete tornò subito alla sua naturale consistenza solida con un sordo “pof!”. Mi voltai verso il mio fedele servitore che si decomponeva decorosamente nel suo angolo, soccombendo con piacere alla totale oscurità della cripta.

– “Gluck, vai a prendere il mio mantello da viaggio. Dobbiamo fare una visita all’Arcaneum. Sarà un viaggio scomodo.” ordinai io, perentorio e sicuro, in modo che le decadenti orecchie dell’abominio potessero captare chiaramente il messaggio.
– “IIIIIIOOOOTEEEEEAAAAAAAAAAAAA?????” fece eco Gluck, interrogativo.
– “Esatto, è come una biblioteca. Mi servono delle informazioni… su come conquistare il mondo. O almeno la contea qui vicino. Abbiamo bisogno di un bel po’ di anime fresche.”

Diari di un Signore Oscuro – Volume I

Venite, gente! Accorrete tutti! Fate silenzio ed ascoltate! Questa non è una storia qualunque, nossignore. Seppur traboccante di fantasticherie, epicità, humor e una punta di sentimentalismo, non dovete reputarla simile a nessun’altra che abbiate mai sentito. Questa è la MIA storia, il racconto vero ed autentico di un giovane uomo di provincia che si barcamenò pedissequamente tra mille avventure, innamoramenti, delusioni e misteri per diventare infine il leggendario eroe di cui tutti ancora oggi conoscono il nome. Iniziamo col dire semplicemente che…

…siete una masnada di creduloni! Boccaloni! Confidavate veramente che vi avrei raccontato di un’insulsa leggenda fantastica da strapazzo? Certo che ne avete poco di sale in zucca! Queste baggianate vanno bene per i poppanti come storia della buona notte e sicuramente sono sempre ben accette a quei poveri nonnetti che si trovano costretti a raccontarle ai loro petulanti nipotini. Il mio pubblico merita di più! Ben inteso, non perché tale pubblico meriti in qualche modo il mio rispetto, almeno… non ancora. Più che altro perché si tratta del MIO pubblico, ed io non sono un misero avventuriero errabondo qualunque. Anzi, tecnicamente non sono neanche umano. Confido già con quest’ultima affermazione di avervi incuriosito un pochino di più; sono veramente un maestro della retorica, nevvero!? Ora, poiché so che state pendendo dalle mie labbra… figurativamente parlando… ritengo di poter iniziare a snocciolarvi qualche dettaglio in più.

Iniziamo col mettere in chiaro un fatto importante: io non nacqui. Non mi troverete infatti in nessun registro anagrafico, libro contabile o enciclopedia di questo mondo, né sulle pagine di qualche rivista scandalistica. Magari sul giornale di domani come titolone in prima pagina, ve lo concedo; ma non più di questo, giacché non lasciai alcuna traccia quando venni al mondo. Semplicemente, iniziai ad esistere.

Avete presente quando per sbaglio lasciate cadere una graffetta, un chiodo, una puntina, insomma qualsiasi piccolo ammenicolo di momentanea ma vitale utilità? Ora, sapete tutti che nell’istante esatto in cui quell’oggettino tocca terra, cessa di esistere in questo universo, andando contro tutti i principi fisici pratici e teorici conosciuti al genere umano. Non vi servirà a nulla prodigarvi per cercare quella graffetta, o chiodo o puntina poiché non la ritroverete mai. Mai. Ecco, esattamente allo stesso modo in cui tali oggetti scompaiono nel nulla, io iniziai repentinamente e bruscamente la mia esistenza. Non ci fu nemmeno un sonoro “puff!” o “crack!”, fu tutto molto silenzioso.

La prima cosa che vidi fu un imponente salice piangente, ormai probabilmente vecchio di centinaia di anni. La sua corteccia era di un’innaturale scurezza, quasi come se l’albero fosse costituito interamente di pece; allo stesso modo le foglie vantavano una delle sfumature più grige e tetre che abbia mai incontrato. Veramente meraviglioso! Anche l’ambiente circostante non era niente male: una palude fitta fitta che si estendeva per chilometri in ogni direzione, l’aria densa e soffocante, accompagnata da un odore pungente di putrefazione dilagante. Non c’è altro modo per descrivere quel luogo marcescente se non come “casa”!

Che c’è ora? Come mai quello sguardo becero? Ah! Ho capito! Mi accorgo solo ora di aver tralasciato un piccolo dettaglio che probabilmente potrebbe essere importante per i miei biechi lettori. Io sono un Lich, un non-morto, sapete? No? Ma perché mi ostino a fare domande retoriche, è ovvio che non lo sappiate. Siete solo un branco di bifolchi… Ohi, giù quei forconi! Non vorrete farvi male, eh? Stavo giusto per illustrare la natura dei Lich…

Dovete sapere che un Lich non è un non-morto qualunque. Certo, anche noi abbiamo un aspetto lugubre e terrificante come i nostri colleghi dell’oltretomba: niente pelle o carne o muscoli, solo uno schelettro di ossa grige e decrepite. Tipicamente noi Lich abbiamo anche in dotazione un mantello rigorosamente nero, sbiadito e preferibilmente a brandelli, dato che fa tendenza; un Runnk, ossia una ferula di legno, spesso di salice ma certe volte anche di quercia; e una corona d’ossa e tela che si intoni col mantello. Alcuni di noi sono un po’ più inclini e seguire il proprio stile personale. Ad esempio, al largo delle coste Mikiane potreste incontrare Lop’mal, un Lich errabondo che ama agghindarsi con enormi gonne viola, corsetti scuri estremamente improbabili e cappellini rosa da fata cosparsi di stelle color sangue. Non ci sono molti Lich eccentrici in fatto di vestiario, giacché quei pochi che esistono sono più che sufficienti a rovinarci la reputazione. A tal proposito mi sovviene proprio in questo momento di Killigan, un Lich dell’estremo nord che veste solo pellicce d’orso bruno, tricheco od ornitorinco e al posto di un comune Runnk utilizza la colonna vertebrale di uno gnu su cui è solito incastonare il cranio ancora sanguinolento di foche congelate. Dal canto mio, ritengo che la dotazione standard sia eccenzionalmente funzionale e di classe, soprattutto se il Runnk reca una Pietra del Potere incastonata sulla sommità.

I Lich vengono creati da forze ancestrali che nessuno conosce a fondo: l’unica cosa sicura che si può dire su di esse è che siano incredibilmente potenti dato che i Lich sono immortali e dotati di un potenziale magico pressoché illimitato. Sfortunamente, la maggior parte di essi è anche tremendamente indolente e pigra, il che mi fa spesso pensare alla motivazione che spinga cotali forze di inimmaginabile potenza a creare degli essere supremi ed eterni che non fanno altro che dormire. Salvo svegliarsi per incenerire l’occasionale avventuriero. Non ho mai trovato risposta a questa domanda esistenziale, ma sono fiducioso che un giorno riuscirò a comprendere. Dopotutto, sono immortale.

Per quanto mi riguarda, sono diverso dalla maggior parte dei miei illustri colleghi. Il sonno è uno dei miei più acerrimi nemici, difatti mi sembra che sia un inutile spreco di tempo. Preferisco impiegare i miei giorni in attività più proficue ed interessanti, come collezionare cose. La passione per il collezionismo mi ha spinto a crearmi un particolarissimo hobby di cui vado estremamente fiero, che in soli trecento anni è diventato una specie di mania nell’oltretomba. Consiste, in breve, nell’estrarre l’essenza di un essere vivente o di un’emozione ed imprigionarla in una minuta figurina di pergamena, la quale può poi essere decorata a piacimento. Ho chiamato questi graziosi artefatti “Esk”. Oltre ad essere il più grande e rinomato possessore di esk di questo mondo, le mie creazioni vengono quotate dai 10 ai 1000 talenti ciascuna, roba non da poco! Semmai voleste iniziare a collezionarle, potrai farvi uno sconto speciale, oppure atomizzarvi, a seconda della giornata (quando c’è il sole divento un pelo irritabile).

Nonostante abbia la certezza che siate curiosissimi di approfondire la vostra neonata conoscenza degli Esk, sono ancor più sicuro che vi interesserà sapere di come mi sono fatto strada in questo squallido mondo. Non appena la mia mente si svegliò, tutta la conoscenza di base dei non-morti fluì istantaneamente dentro il mio cerv… emh… dentro il mio cranio. Seppi subito cosa fare. Era necessario un servitore, qualcuno che potesse evitare che la mia esimia maestà si lordasse coi compiti più volgari. Iniziai subito ad aggirarmi rapido e furtivo per la palude, inebriandomi del tanfo di carcasse in putrefazione e alberi marcescenti. Ben presto mi imbattei in un piccolo gruppo di mercanti che aveva avuto un’idea tanto idiota quanto stupida, ossia cercare di guadare l’acquitrino per accorciare la strada verso la più vicina città. Ringraziai le forze ancestrali per questa magnanima concessione e procedetti con l’operazione. Non mi ci volle più di uno schiocco di dita per far scoppiare i loro insignificanti cuoricini: fui così fulmineo e preciso che probabilmente non si accorsero nemmeno di essere già morti. Ovviamente ero ancora giovane e inesperto, perciò non diedi importanza all’atto magico in sé. Imparai solo successivamente che un buon Lich è anche maestro di teatralità e deve saper terrorizzare e logorare lentamente le proprie vittime per ottenere una morte abbastanza lugubre da alimentare storie e leggende. Difatti le anime terrorizzate sono di qualità superiore, ma di questo vi parlerò in seguito. Orquindi, tornando alla rapida disfatta dei mercanti, usai i loro corpi per comporre un grazioso abominio a cui diedi il nome di Gluck.

Gluck non è un gran conversatore e molte volte si rivela anche un po’ tardo. Ciononostante, è fedele come un cucciolo e possiede una straordinaria forza bruta. Sfruttai queste sue caratteristiche per fargli ergere un bel tumulo con catacombe e cripte nascoste, proprio al centro della palude. Si tratta veramente di una piccola opera d’arte. Da lontano si riesce a scorgere solamente un massiccio tumulo di fango indurito su cui cresce a stento qualche filo d’erba. Arrivando dal lato ovest si incontra invece il maestoso portale d’ingresso, formato da due possenti colonne di marmo che sorreggono un’architrave dello stesso materiale. Tra le colonne il buio è talmente intenso che non è possibile vedere nemmeno le scale, e anche con una torcia l’occhio umano non vede al di là di tre o quattro piedi. La magia aiuta molto in queste cose… Vorrei descrivervi l’interno ma se lo facessi rovinerei la sorpresa, o in questo caso l’infarto, della scoperta. Sarei quindi felicissimo se i miei lettori volessero visitarlo in futuro!

Viaggiai molto all’inizio della mia non-vita, specialmente nei primi duemila anni. Conobbi innumerevoli altri colleghi non-morti: zombie, draugr, hag, abominii, spettri, furie, persino altri Lich. Estendere la propria rete di conoscenze è fondamentale in questo campo, poiché una mano fa sempre comodo contro sacerdoti e preti di varia natura. Non che siano intrinsecamente pericolosi, intendiamoci… Sono però ostinati e testardi, una vera seccatura! Mi sovviene proprio in questo momento che una volta fui bandito nel Vuoto per sessantanove anni per colpa di un prete guerriero Raausiano mentre mi aggiravo in un cimitero cercando un particolare tipo di lichene per la mia collezione. Vorrei precisare a questo proposito che il Vuoto è senza tempo, quindi quando la fortuna ti arride puoi trascorrere cinque minuti lì e sbucare nuovamente sulla Terra dopo mille anni, oppure morire metaforicamente di noia per due secoli e riapparire nel nostro mondo un istante più tardi. Mi chiedo chi mai l’abbia inventato, il Vuoto. Forse le “forze ancestrali”… non sarebbe la prima volta che se ne vengono fuori con una trovata totalmente inutile.

La parte senza dubbio più importante della mia non-vita ebbe inizio con una seccatura burocratica. Me lo ricordo bene, era il mio ottomilacinquecentosessantunesimo inverno. Faceva freddo. Non mostratemi quell’espressione sardonica, razza di bietoloni! Un Lich non sente freddo, né caldo. Un Lich non sente assolutamente niente. Quell’inverno, tuttavia… era gelido, talmente gelido che anche le mie ossa erano scosse da lievi brividi. Persino la palude si congelò: gli acquitrini solitamente fangosi mutarono in spessi blocchi solidi di marciume cristallizzato; gli alberi totalmente spogli si rinchiusero in pesanti armature di brina; ogni forma di vita rallentò il proprio metabolismo ancora e ancora, fino a rendersi completamente e mortalmente immobile. Intendiamoci, a me non dispiaceva la silenziosa e terrorizzante immobilità della palude, ma… mi rovinava gli affari. Niente più avventurieri di passaggio, niente più sudicio fetore per casa, e soprattutto niente più Esk. Non si possono produrre Esk da cose morte: una delle ragioni per cui vanno alla grande nell’oltretomba. Proprio per questo motivo, quel giorno stavo vagando avanti e indietro nella mia cripta pensando a quale Esk potessi produrre in quel gelo assurdo.

– “Mhh… Forse, potrei estrarre l’essenza di umano che sta morendo congelato? Non mi è mai capitato di assistere ad una scena del genere, in effetti. Potrebbe funzionare, anche se… Certo, bisogna attuare un vincolo termico ipervalente per evitare che l’essenza si deteriori a causa del freddo durante il trasferimento. Poiché già di per sé lo stato ottarico dell’anima potrebbe subire oscillazioni pericolosamente instabili dovute alla risonanza della Pietra del Potere in condizioni simili alla criostasi magicamente indotta…”
– “OpppppppppIII…. IIITTaeeeeeeee!!”
Gluck urlò a squarciagola per farsi sentire attraverso due piani di marmo, roccia e fango cristallizzato. Povera creatura, forse avrei dovuto soffermarmi un po’ di più sulle sue corde vocali e relative capacità linguistiche mentre la creavo. Ogni volta che apre bocca non riesce a produrre più di uno stonatissimo lamento le cui consonanti spesso tentano il suicidio. Purtroppo ormai ci ho fatto l’abitudine e non sarebbe la stessa cosa avere un Gluck dalla retorica e dizione impeccabili, proprio no…
– “Che c’è Gluck? Abbiamo un ospite?”
Incuriosito dall’inaspettata visita, mi trascinai fluttuando attraverso la complicata rete di catacombe della mia dimora fino alla monumentale entrata del tumulo, sentendo quell’inusuale pungente gelo insinuarsi nelle ossa quanto più mi avvicinavo all’uscita.